
Sempre di più non è importante la sostanza o la verità. E’ sufficente la verosimiglianza. Si prende un episodio storico di mille anni prima, confuso e contraddittorio, e se ne traggono figurine panini di riferimento, da opporre alle analoghe maschere paurose prima del terrone, poi del nero e via via del baubau di turno, che con lo sguardo del Susse Jude mira allo strappo del brillante.
Si prende un ircocervo geografico, un inesistente padania e la si fa culla di un inesistente popolo celta. Si costruisce a tavolino una identità culturale, come se fosse un detersivo, e la si vende grazie a i potenti mezzi di propaganda. Si aggiunge un pò di xenofobia, che non fa mai male, si addossano le colpe di crisi economiche dovute a problemi strutturali endemici ed antichi e scelte imprenditoriali sbagliate al cinese di turno, si chiudono gli occhi su cosa nostra che intercetta grazie alla liquidità grosse fette produttive dell’amata pianura bagnata dal’eridano e si issa sul palo il fantoccio del rumeno stupratore. Et voilà il gioco è fatto.
Grazie ad una popolazione tra le meno alfabetizzate dell’intera europa ed alla informazione monolitica della fatina TV, si ottiene un bel consenso.
Ma i muri e il filo spinato hanno un punto di rottura. I nodi verranno al pettine, ci sono bisogni e necessità che spazzeranno via i nostri orticelli incanutiti e se sapremo incanalare queste forze e sapremo mescolarci con intelligenza, forse sapremo salvare una parte delle nostre identità, rafforzandole con innesti di sangue giovane. Quelle identità che invece allegramente sputtaniamo senza remore gettandoci nei gironi inferali degli outlet e degli ipermercati, abbuffandoci di junk food e dando in pasto i nostri figli alle sitcom indecenti per teen ager che infestano l’etere.
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